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    Il Menocchio era un mugnaio "eretico" del '500. Eretico perché sapeva leggere, e aveva le sue idee.
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    il Menocchio: per chi vuole guardare "fuori dal gregge"

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Recentemente mi è sfuggita l’espressione “spazio della scrittura”… Cos’è? Perché ne parlo/ho parlato/parlerò ancora e ancora?

Per sapere cos’è, dovrete leggervi tutta la manfrina che vi propongo qui, per sapere il perché la considero così importante bastano queste due righe: dietro l’espressione “spazio della scrittura” si nasconde uno dei più importanti concetti che ogni persona che si trovi per lavoro o per passione ad avere a che fare con un testo elettronico dovrebbe conoscere e tenere sempre presente. C’è già chi lo fa, pur non conoscendone i particolari, e anche per questi ultimi un po’ di teoria non fa male. Semmai, chiamatelo “ripasso”.

Cos’è lo spazio della scrittura? L’invenzione di Gutenberg ha messo in moto una serie di cambiamenti nella visione e nell’uso del testo da parte della cultura occidentale, trasformando profondamente quello che il teorico dei media americano Jay David Bolter ha chiamato in un suo testo del 2001, manco a dirlo, spazio della scrittura («Writing Space. Computer, hypertext and the remediation of print», 2001, pp. 38 ss – in italiano è uscito per Vita & Pensiero):

 quando il codice spodestò il papiro, ridisegnò lo spazio dello scrivere sostituendo la configurazione ancora molto legata all’oralità, tipica della cultura antica, con forme dal sempre più accentuato carattere visivo. E quando il libro a stampa spodestò ed emarginò il codice, lo spazio dello scrivere assunse le proprietà della linearità, riproducibilità e fissità che associamo al libro moderno.

Il nuovo spazio della scrittura, quello su cui ci è dato avere la maggior parte della nostra esperienza col sapere oggi, è determinato dallo schermo, e più precisamente dallo schermo del computer, sempre più connesso a Internet. Non solo, smatphone e tablet, vedi iPad, Galaxy Tab o Kindle Fire, svolgono un ruolo ormai anche più importante del computer per la diffusione dello schermo come spazio definitivo e mobile della scrittura e della lettura.

A partire dall’invenzione del cinema e poi della televisione il video è divenuto il paradigma dominante della comunicazione, scalzando durante il Novecento la stampa, libro compreso (e già qui si potrebbe dire che non sarà certo l’eBook a farà sparire il libro, ma è un altro discorso). Ciò non significa che lo schermo sia divenuto semplicemente il mezzo preferito per la scrittura/ lettura, sostituendo così la penna o meglio la macchina da scrivere: come la stampa ha fornito l’uomo di un particolare supporto su cui attuare l’atto della scrittura, creando uno spazio fisico in cui organizzare il sapere, la creatività, l’informazione e, in una parola, la comunicazione, così ha fatto il video (vedi, per approfondire, il testo di Anichini, «Il testo digitale. Leggere e scrivere nell’epoca dei nuovi media», edito nel 2010 da Apogeo).

Lo schermo, come simbolo delle più svariate tecnologie video, è un supporto particolare, e come tutti i supporti influenza, o meglio, apre «spazi di possibilità» (come dice Roncaglia nel suo laterziano «La quarta rivoluzione») sul modo in cui è percepito, organizzato e fruito lo spazio di lettura. Sostituendo la tecnologia del manoscritto, la stampa non ha voluto che accelerarne il tempo di produzione, creando una versione del libro quanto mai “rispettosa” delle convenzioni seguite abitualmente dai copisti, tanto che i primi incunaboli erano normalmente miniati a mano: c’è voluto quasi un secolo perché fosse compiuta quella trasformazione che ha reso il libro moderno così diverso dal manoscritto.

Con il tempo sono stati sviluppati il frontespizio come parte distintiva della pubblicazione e i vari elementi del paratesto, sono stati stabilizzati i caratteri ed è stata uniformata l’ortografia (volete leggervi un’agile storia del libro? Andate a cercare Gilmont e il suo «Une introduction à l’histoire du livre et de la lecture. Du livre manuscrit à l’ère électronique», del 2004, tradotto in Italia due anni dopo da Le Monnier).

La grande quantità di testi che la stampa ha reso disponibile ha allargato ulteriormente, e con gran rapidità, il bacino di lettori di tutta Europa, determinando la comparsa di nuovi generi letterari, di nuovi sistemi di citazione e indicizzazione dei titoli e soprattutto di una nuova coscienza da parte dei lettori. È chiaro, qui, il riferimento alla Riforma protestante e al ruolo che la stampa vi ha giocato: non ci sarebbe stata Riforma senza una diffusione così capillare di libri e “fogli”, benché la lettura avvenisse ancora pubblicamente, dato l’alto grado di analfabetismo (se ne sapete un po’ di libri, non vi servono riferimenti!).

Con la stampa è cambiato, nel lungo periodo, il concetto stesso di testo, tanto che il prof. Raul Mordenti (in «Informatica e critica dei testi», pubblicato nel 2001 da Bulzoni) si domanda «se non sia esistito un rapporto forte (e forse fondante) fra il valore dell’“originale”, come unico e solo testo a cui si può e si deve pervenire, e la tecnologia della stampa, come procedura di moltiplicazione (ma dunque di valorizzazione definitiva) di un testo e di uno solo»: rispetto alla mobilità del manoscritto medioevale, il libro stampato garantisce una vera e propria autorità e autenticità del testo:

 I concetti di “testo critico” e di “originale”, fondativi della filologia pre-informatica si rivelerebbero tanto strettamente connessi con la configurazione epistemologica corrispondente alla stampa, da dover condividere la minaccia di condanna a morte che incombe sulla stampa; e come la tecnologia della stampa rese privo di senso il secolare problema di trovare fra i tanti manoscritti quello migliore e più bello, così la tecnologia del computer renderebbe di colpo insensato il problema nostro di trovare il testo più vero (anzi l’unico ed il solo testo vero!) fra gli infiniti diasistemi testuali del mondo.

Questa “sostituzione” del manoscritto è durata ben più dei vent’anni circa occorsi alla macchina informatica per dare alla stampa lo scossone che è sotto gli occhi di tutti: oggi, il Web (come veicolo di diffusione) e il computer (come supporto dell’informazione) hanno già sostituito molte delle prerogative della stampa, soprattutto per quanto riguarda il sapere enciclopedico e l’informazione di cronaca, riconfigurando lo spazio dello scrivere spesso in maniera del tutto inedita per adattarlo al nuovo supporto. A partire dalle prime enciclopedie multimediali, come la vecchissima Encarta di Microsoft, fino a Wikipedia, lo schermo ha saputo dare un nuovo spirito a tutto quel filone librario detto di “reference” (ce lo dice Letizia Sechi nel suo eBook – gratuito – disponibile qui): gli editori tradizionali, da una parte, hanno dovuto difendersi e adattarsi al “nuovo che avanza” fornendo cd-rom di supporto a opere enciclopediche, dizionari e persino guide turistiche; dall’altra, le risorse messe a disposizione per la macchina informatica, con il loro tendere spesso a essere molto più complete e “varie”, aggiornabili praticamente all’istante e, soprattutto, facili da interrogare, rendono molto (troppo) presto obsoleta qualsiasi pubblicazione cartacea. È questo una prerogativa, in effetti, dello spazio dello schermo: l’essere fluido e mai definitivo. Questo pone non pochi problemi per la validità di concetti come quello di “autore”, “opera” e perfino al concetto stesso di testo, ma vedremo più avanti nel dettaglio questi argomenti.

Visitando il sito Web di Wikipedia, o aprendo una qualsiasi applicazione per mobile computing di “reference” (come la versione per iPhone del famigerato dizionario della lingua italiana Devoto-Oli), salta subito all’occhio il campo di ricerca, che permette di saltare in brevissimo tempo all’articolo o alla definizione desiderati; qui, si scopre una pagina piena di informazioni di ogni genere sull’argomento richiamato: per una voce di dizionario avremo facilmente la possibilità, dopo averne scorso l’etimologia, la definizione e un ricco thesaurus di luoghi letterari, di dare un’occhiata ai sinonimi e ai contrari, potendo persino (sempre con la massima rapidità), andare ad approfondirne il significato per cogliere eventuali sfumature e scegliere, tanto per dire, la parola più adatta al nostro scopo. La ricerca è solamente una delle meraviglie offerte dalla tecnologia digitale.

Wikipedia infatti non lesina in apparati tabellari o grafici, voci correlate all’argomento e, come se non bastasse, non obbliga nemmeno a conoscere con esattezza la voce che si va cercando, perché ogni lemma è corredato da una serie di nomi alternativi che rimandano automaticamente a quello centrale; in questa particolare forma di enciclopedia si evita anche di incappare in fastidiose omonimie, grazie a un meccanismo di “disambiguazione”, termine entrato nella nostra lingua direttamente dall’inglese disambiguation. Tutto ciò ricorderà senz’altro il funzionamento dei motori di ricerca, come Google, che si prefiggono lo scopo di indicizzare, cioè di analizzare e immagazzinare i risultati in grossi database, tutte le pagine presenti online per poter rispondere a qualsiasi ricerca effettuata dagli utenti; questi devono soltanto “chiedere”, tramite l’uso di parole chiave, elemento divenuto importantissimo nella vita sul Web, tanto che anche i siti di informazione inseriscono tag per ogni articolo che pubblicano.

Insomma, queste son cose che si sanno…

Lo spazio della scrittura comincia a cambiare molto rispetto alla carta proprio grazie a strumenti del genere. Gran parte dell’utenza ha acquisito l’abitudine ad affidarsi ai motori di ricerca o a navigare tra le tag e aggiungerne di proprie. Sono, queste, le convenzioni tassonomiche introdotte nel testo nella nostra èra informatica; ma anche di questo parleremo meglio in seguito, per ora basti solo un altro esempio per capire quanto lo spazio della scrittura cambi grazie (non solo) allo schermo. Il giornalismo, come fonte privilegiata di informazione, ha subito spesso veri e propri sconvolgimenti nella propria attività, sulle pagine virtuali di Internet. La ri-mediazione dei quotidiani, come delle riviste, è stato forse il processo più drastico che l’informatica abbia reso possibile: non solo i siti dei giornali, infatti, sono divenuti edizioni quasi autonome dalla loro versione cartacea, dimostrando un’intensa vitalità e un bacino di utenza incredibilmente più vasto grazie a una serie di fattori, quali l’interattività resa possibile dai sondaggi o dai commenti dei lettori, il ricorso a modi di espressione spesso nuovi, ricchi di elementi multimediali e più immediati, o ancora la tempestività, impossibile su carta, con la quale vengono date le notizie e che supera perfino il mezzo televisivo, ma anche e soprattutto perché il Web è divenuto il luogo in cui ognuno può fare informazione. Che si tratti di blog o di citizen journalism, i lettori, gli utenti, sono sempre più protagonisti anche del processo di creazione delle notizie e delle opinioni: spesso i movimenti e le idee che riscuotono maggior successo nascono proprio da un post di qualcuno che non è né giornalista né un qualsiasi altro tipo di personaggio in vista, e i siti che si avvalgono della collaborazione di migliaia di utenti per diffondere servizi e reportage di ogni specie, spesso in anticipo sulle maggiori testate giornalistiche, crescono sempre di più, salvo poi che queste non si avvalgano proprio della collaborazione dei propri lettori, come nel caso del «Los Angeles Times» che, grazie alla collaborazione degli utenti del sito, ha messo in piedi una mappa interattiva della zona intorno alla città per segnalare i crimini effettuati sul territorio.

Tutto ciò ha modificato profondamente non solo la forma dello spazio della scrittura, ma anche il rapporto che si ha con tale spazio, sia da parte di chi produce informazione, sia da parte di chi ne fruisce: gli esempi del settore librario “reference” e del giornalismo non fanno che evidenziare, oltre che alcune peculiarità del testo digitale, il crollo del confine netto tra autore e lettore, tra chi produce un’informazione e chi la fruisce semplicemente. Wikipedia è un’intera enciclopedia scritta dalle stesse persone che ne fanno uso, che mettono in comune il loro sapere per accrescere quello degli altri e il proprio, così come il citizen journalism promette una maggiore obiettività, perché il giornalista non è legato a nessuna testata e quindi, potenzialmente, a nessuna forza politica o economica né a uno stipendio. Ma anche i commenti sui blog e spesso sugli stessi articoli delle versioni online dei quotidiani di tutto il mondo ormai permettono una partecipazione dei lettori quasi del tutto inedita.

Lo schermo, lo spazio dello schermo, in sostanza, cambia tutto.

  • http://twitter.com/LeggendoLibri Simona Scravaglieri

    Il pensiero di Chartier espresso all’apertura del suo corso al collegio di Francia poneva l’accento sia sull’oggetto libro in cui l’ordine delle sistemazioni grafiche e qualitative del materiale amplificavano la qualità degli scritti e anche su una riflessione sul valore dello scritto. In sostanza nel passaggio al codex lo scritto non apparteneva più allo scrittore perchè nell’organizzazione delle pagine e nella revisione (quel che oggi chiamiamo editing) che veniva fatta a suo tempo, venivano sostituite parole e a volte anche intere frasi e altre ne sparivano perchè alcune regole di stampa nelle varie epoche volevano che le impaginazioni rispettassero determinate regole. Per supplire a questo i manoscritti venivano modificati da dipendenti delle case editrici non sempre adeguati al loro ruolo.
    Ecco perchè, nel passaggio da manoscritto a codex abbiamo perso un pezzo di originalità del lavoro degli scrittori e nel passaggio a digitale perderemo la staticità del testo e la sua caratteristica, forse consolatoria, del detenere un testo che per noi sarà sempre uguale. Gli ebook non potranno essere mai uguali nel tempo, perchè nella società del consumo usa e getta digitale non c’e’ spazio per oggetti virtuali statici, ma come già avviene in molte altre discipline sbarcate nel web saremo portarti a glorifare colui che domani ci saremo già dimenticati a favore di altri. Così pretenderemo dei testi aggiornati, evoluti e via dicendo…
    Spero di esser stata chiara:))
    Bellissimo pezzo!
    Simona @LeggendoLibri

    • Anonimo

      Quello che mi pare sia una preoccupazione un po’ per tutti, cioè l’aggiornabilità del contenuto, può essere invece un’opportunità. È vero che l’autore in quanto depositario unico del sapere trasmesso attraverso l’oggetto libro si avvia verso la scomparsa, lasciando però spazio a contenuti (aumentati, aggiornati, etc..) multimediali e soprattutto creati da personalità e competenze diverse.
      Mi spiego meglio: il “libro” di domani, forse, sarà il contenitore curato dalla redazione di una pletora di contenuti diversi ma rispondenti a un micro-universo, e l’editore dovrà essere domani più che mai un content manager forte della propria politica editoriale.

      Ciò che citi tu di Chartier non necessariamente si scontra con la citazione mia di Mordenti: questi, infatti, si concentra più che altro su questioni di filologia, cioè di critica del testo – soprattutto – manoscritto. È ovvio che la stampa ha portato con sé la cultura editoriale e quindi il lavoro di redazione sul testo, ma questa deriva fondamentalmente dalla stessa “fissazione” filologica di riscoprire il testo originale, operazione che si chiama proprio “edizione”.
      Per molti versi il testo digitale invece si accosta molto di più al manoscritto, mobile e “aggiornabile”. Questo ci permette di fare incontrare le nostre due fonti!

      La prima parte, invece, del discorso di Chartier apre una questione che tratterò presto su questo blog: la sinsemìa, cioè il fenomeno per cui testo e grafica (presa in tutte le sue forme) significano insieme!

      Stay tuned!