Vino senza solfiti: cosa sono e a cosa servono i solfiti

Quando si parla di vino senza solfiti, la maggior parte delle persone pensa che si tratti di un vino salutare, privo di qualsiasi sostanza estranea. In realtà, non è del tutto vero, perché scegliere un vino senza solfiti significa avere un’unica garanzia, ovvero una percentuale contenuta di anidride solforosa, una sostanza dalle proprietà antisettiche e antiossidanti, ma non priva di pericoli per la salute umana, tanto da aver spinto l’UE a indicarne le dosi massime da poter utilizzare durante il processo di vinificazione.

Come accennato, i solfiti sono sostanze dalle proprietà conservanti, antisettiche e antiossidanti, utilizzate nel settore alimentare da ormai diverso tempo.

Vengono usati, soprattutto, per preservare i cibi dalla proliferazione dei batteri, dannosi alla salute dell’essere umano. In chimica, vengono ottenuti dall’unione del solfito con atomi quali l’anidride solforosa, il bisolfito di potassio e il bisolfito di sodio.

In linea generale, non esistono, quindi, vini o alimenti privi, completamente, di solfiti, anche perché questi si formano naturalmente durante il processo di fermentazione alcolica. Ciò a cui, invece, bisogna fare attenzione è che i solfiti non vengano aggiunti nella fase di produzione, perché, in questo caso, sarebbe un processo artificiale e, quindi, con maggiori probabilità di arrecare danni.

La normativa europea sui solfiti

Visto il largo utilizzo dei solfiti, l’Unione Europea è intervenuta per regolarizzarne l’uso nel settore alimentare, stabilendo delle dosi precise. Per il vino rosso, per esempio, si possono usare 150 mg/l di solfiti per quelli normali, mentre 100 mg/l per quelli biologici; riguardo al vino bianco o rosato, invece, se si tratta di vini convenzionali, possono essere presenti 200 mg/l di solfiti, quantità che si riduce a 150 mg/l per i bianchi biologici. Inoltre, la legge stabilisce delle deroghe in caso di annate particolarmente sfavorevoli, durante le quali il valore di solfiti può essere elevato, al massimo, di 40 mg/l.

Infine, sempre secondo le norme europee, quando un vino contiene meno di 10 mg/l di anidride solforosa, allora può essere etichettato come vino senza solfiti. Questo perché, come già detto, i solfiti vengono prodotti anche naturalmente, sia durante il processo di fermentazione alcolico che di lievitazione.

Sull’argomento, però, è intervenuta anche l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che ha indicato la dose massima di anidride solforosa che un essere umano può assorbire ogni giorno, ovvero 0,7 mg/kg del proprio peso.

L’importanza dell’etichetta

L’unica arma in possesso del consumatore è l’etichetta impressa sulle bottiglie di vino, obbligatoria, dove deve essere comunicata l’eventuale presenza di solfiti, ma dove, invece, è vietato indicare la lista degli ingredienti.

Per questo motivo, non si può mai essere sicuri di ciò che il vino contiene e se ci siano sostanze perfino più dannose dei solfiti. Tuttavia, per impedire che questi ultimi possano avere un effetto sgradevole sul gusto del vino, è sufficiente farlo ossigenare prima di berlo e muovere il calice con la classica roteazione per permettere il rilascio di circa il 30-40% dell’anidride solforosa presente nel vino.

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